Soffermato sull'arida sponda: “lo sguardo fisso perso nel vuoto”.
Nessuna profondità nel paesaggio, anzi nessun paesaggio. Una sponda che non attrae e che non ha alcun fascino. Un mondo popolato di aridità, fatto ora di figure femminili che sfumano continuamente, che continuamente svaniscono in sterili nostalgie, che non sono più –e mai- compiutamente nostalgie. Come se al è poeta fosse negato anche il conforto di una perduta felicità, come se non potesse perdere una felicità che non ebbe mai. Un mondo fatto di figure maschili che sono evocate miticamente nella loro evanescenza, che non persistono a sufficienza, perché l'autore possa goderne l'umanità e la ricchezza.
La poesia di Tonino Calà sembra contraddire il contenuto dell'epigrafe che egli stesso pone a sigillo di questa raccolta: sembra che, suo malgrado, gli sfugga tutto ciò che è umano, forse perché egli lo vive come troppo umano, come meramente caduco. Si insinua una sorta di paura dell'illusione che subito si converte in disillusione: ed egli non ha il coraggio, non ha la forza, per intraprendere una qualche avventura. Una crudele ambivalenza nei confronti della vita inibisce ogni abbandono, un conflitto che incupisce il poeta e che lo induce sempre più alla rinuncia. Non vi è nulla che sia degno di essere portato non già alle estreme conseguenze ma a una qualsivoglia conseguenza.
La solitudine che ne deriva rasenta spesso l'isolamento e l'inibizione, si riduce a un assillo che blocca ogni giudizio e ogni entusiasmo, quell'entusiasmo cui pure il poeta anela- egli anela a una fonte cui tuttavia non si disseta – e che trasferisce in un mondo che gli è contiguo e che qualche volta vive come un mondo amico, ma di un'amicizia che non lo strappa alla solitudine e a una sospensione emotiva che rasenta l'angoscia. Ora, questa condizione che è ontologica e, si potrebbe dire, teologica – che concerne la natura e il destino dell'uomo – viene spesso padroneggiata mediante una operazione di traslazione affettiva: viene ridotta a una condizione apparentemente più duttile e più afferrabile, cioè più trattabile. Ma il trasferimento sul piano della psicologia ubbidisce proprio a quel gioco-giogo della inibizione-sospenzione cui il poeta vuole sottrarsi.
La poesia di Calà sta proprio in quell'arida sponda – cui poeticamente però viene conferito un senso, e in questo è la sua poetica – in questo tenere lo sguardo fisso nel vuoto, in quest'atteggiamento quasi stuporoso dove il mondo circostante – un mondo senza tempo, senza luogo, senza contorni – è “un'immagine senza età”, cioè senza senso, dove il mondo circostante è un semplice pretesto per rappresentare la propria vita, che, chiusa al mondo esterno, deve essere spesa tutta su un piano creativo e autarchico, deve essere tutta impegnata su un mondo costruito tra la sottile ironia – a volte quasi sul disprezzo – e le immagini che definiscono la caducità della vita e nello stesso tempo la creazione di un mondo che finisce per avere una propria dignità e una propria consistenza, appunto una consistenza, appunto una consistenza poetica”.
Così nella poesia L'anno che va egli non può fare a meno di dire:
“vorrei essere sposo paziente
di questa comunità confusa
giocosa e pezzente”.
Ma la sua implacabile ironia viene rappresentata in tutta la sua portata nella poesia Umorismo.
Mi nasce dal solco di vite perduto
L'amaro sarcasmo che si nasconde
Felice umorismo
In puer di pietosi giardini.
Sono arguto e tagliente
Per tutti gli imbecilli della terra
Che non conoscono l'amore dell'uomo
Poveri diavoli alla ricerca del paradiso perduto.
Mi taglia le gambe il veleno che ho dentro
Sorrido ai finti maschi del paese
E di me pagliaccio sono colmo:
battute buttate al macero dell'ipocrisia. In realtà egli deve riconoscere che è solo su se stesso che deve contare, deve darsi da sé quello che inutilmente si aspetta dall'uomo:
“Accarézzati mio poeta
fatti le premura
che nessuno ti ha dato”,
nella poesia Poeta, mentre nella poesia A Dio deve dichiarare esplicitamente: “Sono qui
a fare i conti
con la mia solitudine:
dov'è la mia fede?
Vorrei una voce solitaria
che mi cantasse melodie
intonata al coro degli angeli
per credere ancora che l'uomo esiste. ”
Egli infatti cerca, si, l'uomo ma nel mondo circostante “cerca l'uomo che non c'è”.
La poesia di Calà sta proprio in questo, che l'angustia del borgo, la “meschinità degli altri” lo inducono – lo costringono – a impegnare la vita in un mondo fantastico, dove egli può avere un riscontro, un mondo con il quale avere un dialogo e da cui può avere risposte. Il giudizio severo – come dire? – pessimista che egli ha del mondo lo obbliga a selezionare, a filtrare, a rarefare le immagini, i personaggi, gli uomini e le cose in una sofferta trasfigurazione che, se gli fa sopportare un mondo che egli vive come un mondo crudele, restituisce ad esso una sua ragion d'essere, qualche cosa che comprende la speranza, per uno che
“non vide i colori della speranza” e nella quale “noi rinasceremo
giorno dopo giorno
in armonia
con i nostri dolori, le nostre fatiche
nell'attesa di un sorriso”, in Noi uomini.
Il mondo così com'è e la condizione umana così com'è sono inconciliabili “per colpa di un ingarbuglio originario” che rende irredimibile questo mondo e gli uomini che lo popolano. E dunque, il poeta, preso in questa trappola – in questa malattia mortale – da cui non può trarre alcun profitto, sublima la stupidità e la grossolanità del mondo che ci circonda, dove egli è “straniero per vocazione”, e nel sublimare recupera un sentimento di pietà che si rivolge agli uomini i quali, non dissimilmente da lui, come lui sono vittime di una solitudine e di un destino inesplicabili.
Egli opera un gioco di introiezione-proiezione, e in questo crea immagini che determinano luoghi e tempi e situazioni dove viene ricreata la comune umanità, quasi una conciliazione con un mondo fatalmente ostile; una conciliazione che non è né ontologica né psicologica, ma appunto poetica. Poetica significa che viene conseguita non una volta per tutte, anzi di volta in volta, perché essa è sostenuta e sostentata dalla fatica di vivere e dal dolore che quest'atto di conciliazione – che è un atto di pietà, di rinuncia e insieme di donazione di sé – comporta , sempre, persistentemente senza tregua.
Ogni esperienza instaura e ripete un conflitto nasce la traslazione e la sublimazione sul piano poetico. La poesia è il risultato del nulla e della inutilità della vita. Nella solitudine e della solitudine, il poeta, è vero, intravede sprazzi di “solarità”, di “speranza”, di “sorrisi”; ma egli non osa, per così dire, allungare la mano, per attingerli e goderli, egli li sospende: una soglia invisibile e invalicabile lo inibisce. Ma è proprio questa inibizione che accentua la poetica del verso, che è spesso come gettato lì – ma a lungo meditato – come una folgorazione che dura un istante e che rimane tuttavia come scolpito in una atemporalità che si perpetua perennemente, come se la vita fosse appesa al verso.
Il poeta, con l'effimero mondo che lo circonda, ci comunica il sentimento di angoscia che ne deriva, ma anche una sorta di enigmatico appagamento. Dalla vita però quello che viene colto non è né la solarità, né la speranza, né il sorriso; è il suo consumarsi. Il poeta deve accontentarsi della “magia di un attimo infinito”, come è detto in Noa, mentre deve quasi contestare che
“Questa solitudine
sconfinata
che è dentro il mio cuore
la porterò
con me
sino alla morte”.
E le tentazioni che il poeta ha di accedere alla solarità, alla speranza e al sorriso non lo fanno né osare né tentare, anzi lascia che si esauriscono là dove hanno fatto la loro (inutile) comparsa.
Egli è sospeso fra l'attesa e la sua vanificazione: nello stesso tempo che esprime un desiderio o un'ambizione, anticipa il fallimento. Nella poesia Per una volta così egli descrive il suo desiderio:
“Vorrei che questa notte fosse diversa
almeno per una volta
una volta sola.”
Ma egli già sa che ciò non avverrà mai. Il sentimento della dura realtà precede sempre di un attimo il sentimento dell'abbandono. Non si può conciliare ciò che è mutevole con ciò che è definito una volta per tutte: la vita è varia, ma il dolore, la solitudine e la disillusione sono immoti e immodificabili. Soltanto la poesia può conciliarlo con questa inconciliabilità.
Egli – similmente che Joyce nei confronti di Dublino e dei Dubliner che odia ma di cui non può far a meno di sempre parlarne, di sempre tenerli sott'occhio e sotto osservazione – non può fare a meno di esercitarsi proprio su quel mondo da cui rifugge e che è causa della solitudine e del suo dolore; non può fare a meno di parlarne. Ciò che determina una inesauribile tensione che tiene insieme, la realtà com'è e la realtà anelata, che però non esiste se non nel senso che sfugge continuamente anche quando sembra che sia a portata di mano e di godimento.
Il poeta coglie sempre l'istante nel quale l'illusione dell'appagamento sfocia nella disillusione, che si porta dietro un acuto dolore, un senso di vacuità, una ferita nel cuore, un sentimento di rassegnazione. Egli ripercorre sempre questo itinerario: rifiuto della realtà circostante, quale che essa sia, esperienza della sua vanità, rassegnazione. Eppure è proprio questo itinerario che gli fa accettare e apprezzare la bellezza e la dolcezza delle piccole, inutili cose. Egli più che guardare il mondo lo vede; perciò non estroverte, mai, anzi introverte, la nullità del mondo, in una sorta di “ingarbuglio” nel quale, per così dire, gira su se stesso, mentre il mondo rimane più enigma.
E la poesia? La poesia, lo ripetiamo, è il risultato dell'esperienza del nulla e della nullità della vita: è la rappresentazione rarefatta di questa esperienza. “Non ha la vita un frutto, inutile miseri”? Questo rimane un enigma.
PAOLO POLIZZI |