CANTI DELL'ALBA - PRESENTAZIONE

I Canti dell’Alba, di Tonino Calà, è una raccolta la cui misura espressiva e i cosiddetti contenuti sono sinteticamente ed efficacemente resi nel testo Vita eterna. La scrittura di Calà sembra assestarsi in un luogo sospeso tra due shock: il primo è causato dal rifiuto della realtà nella sua datità, così come essa si pone al nostro sguardo ed alla nostra mente. Il secondo scaturisce dal ritorno al reale. Nell’intercapedine tra i due stupori passa, più che essere generata, la scrittura. Quindi, la poesia. Il verso che meglio rende questa condizione, tratto appunto da Vita eterna, recita: “E vidi/Tutto quello/Che c’era da vedere/In un flusso continuo/Immagini senza origine e fine”. Calà sembra assumere su di sé la responsabilità di fissare, o tentare di dare una forma che sia veicolo di significato, il movimento carsico sotteso a questo stupore. Come se lui non vedesse, ma reincontrasse la visione della vita. Il movimento di riconoscimento che ne segue è, nello specifico, ciò che permette di scrivere. Si può allora affermare che lo stupore non è elemento di arresto, ma causa di visione e scrittura. Calà ha deciso di camminare sul filo del rasoio, lungo il discrimine tra la supposta pienezza dell’esistenza, il suo riconoscimento e la sua testimonianza, ed il possibile scacco della solitudine che uno sforzo di questa portata comporta: “Vorrei essere/Per voi/L’assoluto testimone/Di un evento/Muto, solo, incompreso”.

Giuseppe Martella